EPR Tessile: molte aziende sono già coinvolte, ma non lo hanno ancora capito.
C’è un errore che molte aziende stanno facendo in questo momento: pensare che l’EPR tessile sia un tema “da addetti ai lavori” o qualcosa che riguarderà solo alcuni grandi player del settore moda.
In realtà, siamo davanti a un cambiamento molto più trasversale, che non guarda alle dimensioni dell’azienda ma al suo ruolo nella filiera. E questo cambia completamente la prospettiva.
L’EPR tessile nasce con un principio semplice ma potente: chi immette un prodotto sul mercato è responsabile anche della sua fine vita. Questo significa che il perimetro dei soggetti coinvolti si allarga ben oltre i produttori in senso stretto.
Saranno infatti coinvolte tutte quelle aziende che, in modi diversi, fanno arrivare un prodotto tessile al consumatore finale. Il classico brand di abbigliamento è solo il caso più evidente, ma non è certo l’unico. Anche chi importa capi dall’estero e li rivende in Europa rientra a pieno titolo nella normativa, così come i distributori che vendono prodotti a marchio proprio, pur non avendo produzione interna.
E poi c’è il mondo dell’e-commerce, che rappresenta forse uno dei punti più critici: vendere online, soprattutto in modalità cross-border, non esonera dalle responsabilità. Anzi, spesso le complica, perché richiede di essere conformi nei diversi Paesi in cui si vendono i prodotti.
Un altro aspetto che spesso viene sottovalutato riguarda l’ampiezza delle categorie merceologiche coinvolte. Quando si parla di EPR tessile, si tende a pensare esclusivamente all’abbigliamento. In realtà, il perimetro è molto più esteso e include anche il tessile casa – come lenzuola, asciugamani o tende – oltre a numerosi prodotti tecnici e professionali utilizzati in ambiti come l’hotellerie o la sanità.
Anche il mondo delle calzature e degli accessori rientra sempre più spesso nel campo di applicazione, soprattutto quando i prodotti contengono componenti tessili rilevanti.
Ed è proprio qui che entra in gioco un tema particolarmente delicato: la pelle e la pelletteria.
Molti operatori del settore pelle si stanno chiedendo se saranno coinvolti. La risposta, ancora una volta, non è binaria, ma dipende dal ruolo nella filiera. Quando si parla di prodotti finiti destinati al consumatore – come borse, scarpe, giacche o accessori in pelle – la tendenza normativa è quella di includerli nei sistemi EPR. In questi casi, il prodotto rientra a pieno titolo nel mondo moda e quindi anche negli obblighi legati al fine vita.
Diverso è il caso delle concerie o delle aziende che lavorano la pelle come semilavorato. Se l’attività è puramente B2B, e il prodotto non viene immesso direttamente sul mercato al consumo, la responsabilità ricade generalmente sul brand finale. Tuttavia, questo non significa essere completamente esclusi: la pressione arriverà comunque dalla filiera, perché i clienti chiederanno sempre più dati, tracciabilità e informazioni sui materiali.
Ci sono poi settori più ibridi, come quello dei prodotti tecnici in pelle o delle applicazioni industriali, dove è probabile che vengano introdotte regole specifiche o gradualità nell’applicazione della normativa.
Guardando ai diversi settori, l’impatto cambia ma resta significativo. Un brand moda sarà coinvolto in modo diretto e completo, dovendo gestire registrazione, dichiarazioni e contributi. Un retailer con private label, spesso inconsapevolmente, si troverà nella stessa posizione. Gli importatori avranno un ruolo chiave, mentre gli operatori e-commerce dovranno affrontare una crescente complessità normativa. Anche la pelletteria, soprattutto lato prodotto finito, sarà pienamente coinvolta.
Perfino settori meno “visibili”, come i fornitori per hotel o strutture sanitarie, dovranno adeguarsi se immettono prodotti sul mercato.
Il punto centrale, quindi, non è piùse si sarà coinvolti, ma come e quanto.
E soprattutto: quanto si è preparati.
Perché l’EPR tessile non è solo un adempimento burocratico. È un cambiamento strutturale che impatta costi, organizzazione e supply chain. Richiederà dati, processi, e una maggiore consapevolezza di ciò che si immette sul mercato.
Chi si muove ora ha la possibilità di gestire questo cambiamento in modo strategico.
Chi aspetta, rischia di trovarsi a rincorrere.
E in un contesto normativo sempre più veloce, rincorrere raramente è la scelta migliore.



