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EPR Tessile, Normativa

EPR tessile italia: la domanda che l’industria della moda sta evitando

10 Marzo 2026
L'industria della moda deve adeguarsi con la nuova normativa Epr Tessile

Dal 2025 in Europa è obbligatoria la raccolta differenziata dei rifiuti tessili. Molti l’hanno raccontata come una svolta storica. In realtà è solo l’inizio di qualcosa di molto più profondo.

Il vero cambiamento si chiama EPR tessile (Extended Producer Responsibility): un principio semplice ma radicale. Chi immette un prodotto sul mercato deve essere responsabile anche della sua fine vita.

In altre parole: chi produce moda deve pagare per i rifiuti che genera.

È una delle colonne della strategia tessile della European Union. Ma mentre in Italia il dibattito è ancora timido, diversi paesi stanno già sperimentando sistemi concreti. In France l’EPR tessile esiste da oltre quindici anni. Nei Netherlands è partito nel 2023. Sweden e Spain stanno definendo i loro modelli.

L’Europa sta diventando un laboratorio di responsabilità per la moda.

Ma la domanda vera è molto più scomoda:

l’EPR cambierà davvero il sistema moda o diventerà solo una nuova tassa per continuare a produrre come prima?

Il problema che nessuno vuole nominare

Negli ultimi vent’anni la produzione globale di abbigliamento è più che raddoppiata. Compriamo più vestiti. Li indossiamo meno. Li buttiamo prima.

Il sistema moda è diventato incredibilmente efficiente nel produrre, ma terribilmente inefficiente nel gestire ciò che resta dopo.

Per decenni il costo di questa inefficienza è stato pagato da qualcun altro:

  • i comuni
  • i sistemi di gestione dei rifiuti
  • altri paesi che ricevono i nostri abiti usati.

Con l’EPR il conto torna ai produttori.

Ed è qui che iniziano le tensioni.

Se il contributo ambientale è troppo basso, diventa solo il prezzo per continuare a produrre troppo. Se è troppo alto, rischia di colpire soprattutto le aziende più piccole.

Il risultato è che tutta l’Europa sta discutendo la stessa cosa: quanto deve costare davvero produrre un capo di abbigliamento?

Il grande equivoco del riciclo

Nel racconto pubblico l’EPR viene spesso associato alla promessa di una moda circolare basata sul riciclo.

Ma qui entra in gioco una realtà poco raccontata.

Oggi meno dell’1% dei tessili viene riciclato in nuovi tessili.

La maggior parte diventa:

  • stracci industriali
  • imbottiture
  • materiali isolanti
  • oppure rifiuto.

 

Il motivo è tecnico: gran parte dei capi è composta da miscele di fibre difficili da separare.

Cotone, poliestere, elastan, finissaggi chimici. Un capo può contenere più tecnologie di quante ne servano per produrre un oggetto elettronico.

Il riciclo tessile esiste, ma non è ancora in grado di assorbire i volumi che produciamo.

E allora emerge una domanda sempre più presente nei tavoli europei:

Possiamo davvero parlare di economia circolare se continuiamo a produrre miliardi di capi all’anno?

Il vero pilastro del sistema: il riuso

C’è poi un altro elemento spesso ignorato. Oggi il sistema tessile europeo non è sostenuto dal riciclo. È sostenuto dal second hand.

Una grande parte degli abiti raccolti viene:

  • rivenduta nei mercati dell’usato
  • esportata verso altri continenti
  • redistribuita attraverso reti di riutilizzo.

Il riuso è ciò che oggi impedisce al sistema di collassare.

Ma anche qui il dibattito si sta accendendo.

Negli ultimi anni diversi paesi africani e asiatici hanno denunciato un fenomeno crescente: l’Europa esporta più abiti usati di quanti possano essere realmente riutilizzati.

Una parte finisce inevitabilmente in discarica altrove.

E quindi una domanda comincia a circolare anche nelle politiche europee: il second hand è economia circolare o esportazione dei rifiuti?

L’Italia davanti a una scelta

Per l’Italia il tema è ancora più strategico.

Non stiamo parlando solo di rifiuti, ma di uno dei settori industriali più importanti del paese. L’Italia ospita distretti tessili storici come quello di Prato, che da decenni lavora sulla rigenerazione delle fibre. È uno dei pochi luoghi al mondo dove la circolarità tessile esisteva già prima che diventasse una parola di moda.

Ma l’EPR potrebbe cambiare profondamente il sistema.

Perché introduce una domanda nuova per l’industria:

quanto costa davvero la fine vita di un capo?

E soprattutto: chi deve pagarla?

La vera questione che l’EPR mette sul tavolo

Dietro tutte le discussioni tecniche — contributi, raccolta, riciclo, tracciabilità — si nasconde una questione molto più grande.

Non riguarda i rifiuti. Riguarda il modello economico della moda.

Perché se il sistema continua a produrre sempre di più, sempre più velocemente e sempre più a basso costo, nessun schema EPR potrà davvero chiudere il cerchio.

L’EPR può migliorare la gestione dei rifiuti. Può incentivare il design sostenibile. Può creare nuove filiere industriali.

Ma non può risolvere da solo una contraddizione strutturale.

Ed è qui che la discussione diventa interessante.

Tre domande per chi lavora nella moda

Se vogliamo che l’EPR sia qualcosa di più di una nuova tassa ambientale, dobbiamo affrontare alcune domande scomode:

  • L’EPR dovrebbe limitare i volumi di produzione o solo gestire i rifiuti?
  • I brand dovrebbero pagare in base alla quantità prodotta o alla riciclabilità dei capi?
  • Il futuro della circolarità sarà riciclo tecnologico o riuso su larga scala?

Perché l’EPR tessile potrebbe diventare la riforma più importante della moda europea degli ultimi decenni.

Oppure semplicemente il modo più efficiente per gestire un problema che continuiamo a produrre ogni stagione.

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