EPR tessile vs CONAI: cosa cambia e cosa si può riusare

Infografica di confronto tra EPR tessile e CONAI, differenze e punti in comune

Ultimo aggiornamento: 8 luglio 2026

Per le tante aziende italiane che da anni gestiscono gli obblighi CONAI sugli imballaggi, l’arrivo dell’EPR tessile suona familiare — ed è un vantaggio reale, non solo psicologico. I due regimi condividono lo stesso principio giuridico e gran parte della logica operativa. Ma le differenze, dove esistono, sono sostanziali e vale la pena mapparle prima di dare per scontato che “funzioni come CONAI”.

Cosa hanno in comune

Entrambi i regimi nascono dallo stesso principio europeo di responsabilità estesa del produttore: chi immette un prodotto sul mercato si fa carico, in proporzione, dei costi della sua gestione a fine vita. Nella pratica, questo si traduce in elementi quasi identici tra i due sistemi:

  • Eco-contributo: in entrambi i casi il produttore versa un contributo, proporzionato ai volumi immessi sul mercato, che finanzia raccolta e riciclo.
  • Adesione a un sistema collettivo o individuale: come per CONAI, anche nel tessile la stragrande maggioranza delle aziende aderirà a un consorzio piuttosto che costruire un sistema proprio.
  • Dichiarazioni periodiche: l’obbligo di comunicare al sistema di gestione le quantità di prodotto immesse sul mercato, su base annuale, replica lo schema già noto delle dichiarazioni CONAI.
  • Eco-modulazione: il principio per cui il contributo varia in base alle caratteristiche ambientali del prodotto (riciclabilità, contenuto di materiale riciclato) è presente in entrambi i sistemi, anche se con criteri tecnici diversi.
  • Registro Nazionale dei Produttori: la logica di censimento e verifica della conformità è la stessa già sperimentata per imballaggi, pile e RAEE.

Per un’azienda che gestisce già CONAI, questo significa che l’infrastruttura organizzativa interna — chi si occupa delle dichiarazioni, come vengono tracciati i volumi, come si dialoga con un consorzio — non va reinventata da zero. Va estesa a una nuova categoria di prodotto.

Cosa cambia

Le differenze contano quanto le somiglianze, e ignorarle è il rischio più concreto per chi trasporta automaticamente l’esperienza CONAI sul tessile.

Il fine vita è diverso. Un imballaggio diventa rifiuto quasi subito dopo l’uso, con canali di raccolta urbana consolidati da decenni. Un capo di abbigliamento ha un ciclo di vita lungo e frammentato — passa spesso per il riuso, il second-hand, la donazione, prima di diventare rifiuto vero e proprio. Questo rende la tracciabilità del fine vita tessile strutturalmente più complessa di quella degli imballaggi.

La filiera di riciclo è meno matura. Il riciclo degli imballaggi (carta, plastica, vetro, metalli, legno) si appoggia su filiere industriali consolidate da oltre vent’anni. Il riciclo fibra-a-fibra dei tessili — soprattutto per i materiali misti, come il poliestere-cotone — è una tecnologia ancora in fase di scala industriale. Le fonti di settore stimano che oggi solo una minima parte dei rifiuti tessili raccolti in Europa venga effettivamente riciclata in nuove fibre.

L’eco-modulazione è più complessa da calcolare. Un imballaggio ha una composizione materiale relativamente semplice da dichiarare. Un capo tessile può contenere fibre miste, componenti accessori (bottoni, zip, etichette), trattamenti chimici — tutti elementi che complicano sia la classificazione ai fini del contributo sia la valutazione della riciclabilità reale.

Il sistema è ancora pre-operativo. CONAI esiste e funziona dal 1997: procedure, importi e criteri sono stabili e noti. L’EPR tessile, a metà 2026, non ha ancora un decreto attuativo pubblicato — un’azienda che si affaccia oggi al tessile si trova in una fase di incertezza che con CONAI non esiste più da tempo.

Cosa un’azienda CONAI può già riusare

Concretamente, chi gestisce oggi gli obblighi CONAI ha un vantaggio operativo su tre fronti:

  1. Competenza di processo: sapere già come si struttura una dichiarazione periodica di immesso al consumo, come si dialoga con un consorzio, come si organizza un audit interno sui materiali.
  2. Cultura del dato: aziende abituate a tracciare volumi e categorie di imballaggio per CONAI hanno già i sistemi (o quantomeno la disciplina) per fare lo stesso sul tessile, con un adattamento delle categorie di prodotto.
  3. Visione del meccanismo di eco-modulazione: chi ha già ottimizzato gli imballaggi per ridurre il contributo CONAI (packaging mono-materiale, riduzione di peso, maggiore riciclabilità) ha già interiorizzato la logica che guiderà anche le scelte di design tessile in ottica EPR.

Cosa non va ripetuto

L’errore più comune sarà probabilmente sottovalutare la complessità specifica del tessile, trattandola come “CONAI con un’anagrafica prodotti diversa”. La classificazione dei materiali tessili, la gestione dei prodotti multicomponente, la tracciabilità di filiere internazionali (molti brand producono all’estero e importano) richiedono un lavoro di mappatura dedicato, non un semplice adattamento delle procedure già in uso per gli imballaggi.

Fonti

  • Schema di Decreto MASE per l’EPR tessile
  • Normativa CONAI e Codice dell’Ambiente (D.Lgs. 152/2006)
  • Direttiva (UE) 2025/1892

PRIME BPO nasce da 15 anni di esperienza nella gestione degli obblighi CONAI e affianca oggi le aziende tessili a costruire, su quella base, un modello EPR tessile efficace fin dal primo giorno di operatività del decreto.

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